I termini resilienza e tecnologia hanno in comune molto più di quanto si possa immaginare. Il termine tecnologia ci riconduce spesso alla scienza e al progresso, concetti che sono esterni alla complessità individuale. Secondo Focault (1988) esistono diverse tipologie di tecnologia: della produzione, del potere, dei segni e del Sé. Focalizziamoci per un momento sull’ultima delle quattro:

Le tecnologie del Sé permettono di eseguire – con i propri mezzi o con l’aiuto di altri – operazioni sul proprio corpo e sulla propria anima. Laudadio, Mazzocchetti, Fiz Pérez, Valutare la resilienza, 2011

Verso il concetto di resilienza

Le Tecnologie del Sé si riferiscono a quello che nell’Antica Grecia era definito come epimeleistahai heautou, ovvero il prendersi cura di sé. Si tratta di una forza che ci permette di modificarci, di trasformarci, di agire sul Sé e sul proprio ambiente per trovare un adattamento migliorativo. Ma cos’è la resilienza? Per entrare nel vivo dell’argomento e senza soffermarsi su una definizione “secca” consideriamo un estratto tratto da La forza della vulnerabilità (2011) di Consuelo Casula:

La resilienza è la forza delle persone che, nonostante siano state ferite, si considerano non vittime ma utilizzatori delle proprie risorse e si preparano a recuperare le risorse necessarie per affrontare il futuro con speranza progettuale. La parola resilienza (dal latino resilire, rimbalzare) in fisica indica la proprietà dei materiali di riprendere la forma originaria dopo aver subito un colpo. In sociologia e psicologia evidenzia la capacità umana di superare le difficoltà della vita con elasticità, vitalità, energia, ingegnosità. Resilienza è l’abilità di superare le avversità, di affrontare i fattori di rischio, di rialzarsi dopo una crisi, più forti e più ingegnosi di prima: è l’abilità di superare le ingiustizie della vita senza soccombere.

Non va confusa con l’omeostasi, ovvero il raggiungere uno stato di equilibrio, ma un processo di allostasi:

Il mantenere la stabilità attraverso il cambiamento.

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Etimologia e significato

Esistono due distinti percorsi etimologici di derivazione latina. Il primo deriva da sălĭosălīre e indica l’azione del “rimbalzare” o saltare indietro. Il secondo deriva dal verbo insĭlĭo che indica “slanciarsi” o “risalire”.

La discontinuità è forza

Le persone resilienti vivono la propria vita riducendo la dipendenza dal contesto e possono essere discontinui rispetto al proprio passato. La resilienza dimostra che i punti di forza possono essere superiori ai punti di debolezza.  Molti possono subire un trauma e sopravvivere a un caro prezzo: possono diventare violenti, insensibili alla sofferenza altrui o identificarsi con l’aggressore. Una prova della resilienza si ritrova in quei bambini esposti a gravi fattori di rischio (povertà, maltrattamenti, violenza sessuale etc.): non tutti svilupperanno comportamenti devianti, i più resilienti. Significa far fronte autonomamente a condizioni di forte svantaggio ritrovando nel tempo un nuovo equilibro perduto e mantenendo una buona capacità di reagire e portarsi avanti.

Cambiare prospettiva

Il cambiamento di prospettiva avviene nella percezione dell’ambiente. Se l’ambiente è percepito come ostile, si finisce per diventare fortemente dipendenti da esso. Ci si sente paralizzati e bloccati in uno stato di frustrazione dal quale non c’è via d’uscita. Quando siamo costretti in uno spazio ristretto, l’unica difesa possibile è l’immaginazione. Quello che avviene nelle persone resilienti consiste nel concentrarsi meno sugli aspetti negativi di un trauma e molto più su quelli che sono i fattori protettivi  che consentono di resistere ai colpi della vita (Oliviero Ferraris, 2004). Proprio per questo si tratta di una sorta di sistema immunitario della psiche (Oliviero Ferraris, 2003). In questo modo si coglie la profondità di una citazione di Friedrich Wilhelm Nietzsche che si riscopre tutt’altro che banale:

Quello che non mi uccide mi rende più forte

La resilienza in psicologia

Uno dei primi studi sulla resilienza risale al 1955. Infatti, si tratta di uno studio longitudinale condotto da Emmy Werner presso l’Università di Davis in California. In particolare, si trattava di uno studio longitudinale su circa 700 neonati delle Hawaii. Circa 200 di loro erano stati individuati in una situazione di alto rischio (povertà, divorzi, dipendenza da droghe e alcol, divorzio dei genitori) per lo sviluppo di disturbi psicopatologici. Di questi 200 bambini, all’età di 18 anni, i 2/3 presentarono effettivamente delle difficoltà di apprendimento e altri disagi. Il restante 1/3 si era sviluppato senza alcun problema nonostante i fattori di rischio. Da quel momento in poi, le ricerche si sono concentrate sugli aspetti che contribuiscono a superare le avversità. In psicologia, la resilienza viene trattata come un concetto dinamico (Anaut, 2003) che rimanda a due possibilità di adattamento:

  • una rinascita in seguito a un evento traumatico
  • uno sviluppo normale nonostante la presenza di fattori di rischio sociali/relazionali/ambientali

Il modello di Richardson

La resilienza è l’energia che consente a ciascuno di realizzare la tendenza attualizzante, è quella dote che, passando attraverso le difficoltà e la rottura degli equilibri esistenziali, permette di accedere alla motivazione e orientare alla ripresa e alla crescita personale, all’altruismo e alla conoscenza in armonia con il proprio spirito. E.G. Richardson in Laudadio, Mazzocchetti, Fiz Pérez, Valutare la resilienza, 2011

Secondo Richardson, una persona che ha subito un trauma svilupperà, inizialmente, con molta probabilità, i sintomi tipici del disturbo post traumatico da stress. In seguito, potrà esercitare una trasformazione del proprio Sé. Richardson individua diverse modalità di resilienza rispetto un evento traumatico. Lo stato iniziale di “omeostasi biopsicospirituale” è una condizione di squilibrio, ma anche un punto di arrivo poiché è possibile una prima fase di distruzione e reintegrazione di Sé.

La reintegrazione

La seconda fase è una vera e propria reintegrazione. Infatti, sono previste diverse modalità di reintegrazione:

  • con ritorno all’omeostasi. E’ un ritorno al precedente equilibrio, non c’è nessun crescita
  • resiliente con crescita. Non si tratta solo di un adattamento, ma evolversi a partire dai propri punti di forza.
  • con perdita. L’esito di un processo parziale. Quelle che si perde sono le risorse della propria persona, del proprio Sé. Infatti, ci si può focalizzare su quello che abbiamo perduto senza sfruttare le nostre reali potenzialità. Un possibile esempio sono i lutti irrisolti.
  • disfunzionale. In questo caso la risposta è impropria rispetto alla situazione di disagio. Vengono privilegiate le risposte distruttive, ad esempio l’uso di droghe e alcol con la convinzione di dirottare i pensieri dagli eventi dolorosi.

Infine, bisogna ricordare che Richardson afferma che ogni persona è per natura predisposta alla crescita personale attraverso la sofferenza.

 

Bibliografia:

  • Laudadio, Mazzocchetti, Fiz Pérez, Valutare la resilienza, 2011
  • C. Casula, La forza della vulnerabilità. Utilizzare la resilienza per superare le avversità, 2016
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